Pi Esse , un Post Scriptum.


Caro Pi, ti scrivo per scrivermi.

 Voi due - tu e Esse - mi tornate in mente ogni tanto, con intermittenza regolare, con costanza. Eravate, siete stati, siete le due persone con cui non parlavo di più. Condizione extra ordinaria, magnifica: si sta insieme silenziosi, ciascuno affaccendato su un tavolo di cucina ( un libro, un buco in giardino ),  o semplicemente, meravigliosamente oziosi - con quella postura rilassata del corpo, quello sguardo non sguardo, quel respiro lento. Quella , Pi, era la migliore delle nostre consuetudini, seguita da quella dei nostri pranzi in Carso del Venerdì - stessa trattoria, stesso tavolo, stesso menù, stesse scelte. Parlavamo di robe serie solo prima e dopo mangiato. Fra un boccone e l’altro la lingua era per pettegolezzi e vanità. Qualche aneddoto, al massimo. Quando parlavamo, parlavamo. Qui non sto a dire, per discrezione e opportunità, di cosa e come. Basti a chi legge sapere che ‘ièra roba vèra’. ” Roba de ‘nteletuali “, commentavi tu spesso alla fine, per far finta di sminuire con disprezzo autoironico il valore, il piacere del nostro scambio impari. Di Esse,  cui ti unisco senza paragonarti né sovrapporti, e con il quale hai spesso discusso fin che fu possibile, qui ora altro non dico - se non che entrambi avevate smesso di andare in corteo, a qualsiasi corteo, quello del primo maggio compreso, quello cui eravate entrambi più legati che mai, 25 aprile incluso. Una volta, avendo ascoltato un’altra volta questa vostra preferenza/riluttanza, chiesi perché. Vi scambiaste uno sguardo che non fu abbastanza furtivo, poi Esse capì che doveva parlare per primo e disse: ” Perché c’eravamo, noi…” Su quell’accento sul ‘noi’, dopo il poco più che sussurrato ‘c’eravamo’, tu appendesti un sorriso di stanchezza e complicità. ” Coss te vol savèr ti, mona ! ” - commentasti poi, già in macchina, dopo uno di quei bei silenzi oracolari. Esse rise forte, e si accese la nazionale senza.

Voi due, prima di ogni altro e meglio di chiunque, siete stati - siete - un esempio, anzi: il mio esempio.

Aderivo perché ero già identico, siete stati più uno specchio che un monito. Più levatori che padri. Compagni, e chi sa di dialetto triestino potrà cogliere i valori letterali e semantici annessi. 


Da quando di voi resta ciò che conta, per me il primo maggio è un compleanno. Stacco un fiore dal giardino, faccio finta che sia un garofano rosso, lo metto nel vaso finto cinese. Bevo te russo con molto zucchero. Penso un po’  a voi - Pi Esse - e, per scrivermi, vi scrivo.

Pi Esse , un Post Scriptum.


Caro Pi, ti scrivo per scrivermi.

Voi due - tu e Esse - mi tornate in mente ogni tanto, con intermittenza regolare, con costanza. Eravate, siete stati, siete le due persone con cui non parlavo di più. Condizione extra ordinaria, magnifica: si sta insieme silenziosi, ciascuno affaccendato su un tavolo di cucina ( un libro, un buco in giardino ), o semplicemente, meravigliosamente oziosi - con quella postura rilassata del corpo, quello sguardo non sguardo, quel respiro lento. Quella , Pi, era la migliore delle nostre consuetudini, seguita da quella dei nostri pranzi in Carso del Venerdì - stessa trattoria, stesso tavolo, stesso menù, stesse scelte. Parlavamo di robe serie solo prima e dopo mangiato. Fra un boccone e l’altro la lingua era per pettegolezzi e vanità. Qualche aneddoto, al massimo. Quando parlavamo, parlavamo. Qui non sto a dire, per discrezione e opportunità, di cosa e come. Basti a chi legge sapere che ‘ièra roba vèra’. ” Roba de ‘nteletuali “, commentavi tu spesso alla fine, per far finta di sminuire con disprezzo autoironico il valore, il piacere del nostro scambio impari. Di Esse, cui ti unisco senza paragonarti né sovrapporti, e con il quale hai spesso discusso fin che fu possibile, qui ora altro non dico - se non che entrambi avevate smesso di andare in corteo, a qualsiasi corteo, quello del primo maggio compreso, quello cui eravate entrambi più legati che mai, 25 aprile incluso. Una volta, avendo ascoltato un’altra volta questa vostra preferenza/riluttanza, chiesi perché. Vi scambiaste uno sguardo che non fu abbastanza furtivo, poi Esse capì che doveva parlare per primo e disse: ” Perché c’eravamo, noi…” Su quell’accento sul ‘noi’, dopo il poco più che sussurrato ‘c’eravamo’, tu appendesti un sorriso di stanchezza e complicità. ” Coss te vol savèr ti, mona ! ” - commentasti poi, già in macchina, dopo uno di quei bei silenzi oracolari. Esse rise forte, e si accese la nazionale senza.

Voi due, prima di ogni altro e meglio di chiunque, siete stati - siete - un esempio, anzi: il mio esempio.

Aderivo perché ero già identico, siete stati più uno specchio che un monito. Più levatori che padri. Compagni, e chi sa di dialetto triestino potrà cogliere i valori letterali e semantici annessi.


Da quando di voi resta ciò che conta, per me il primo maggio è un compleanno. Stacco un fiore dal giardino, faccio finta che sia un garofano rosso, lo metto nel vaso finto cinese. Bevo te russo con molto zucchero. Penso un po’ a voi - Pi Esse - e, per scrivermi, vi scrivo.