Qualche POST fa riproducevo da IL PICCOLO un intervento di Pier Aldo Rovatti sulla solita, importante questione “ essere di sinistra “ . Esprimevo qualche dubbio, mancava qualcosa. 

Oggi, sempre sul quotidiano di Trieste, un lettore ( Auro Muzzi ) scrive :


Pier Aldo Rovatti interviene molto opportunamente sul Piccolo del 7 gennaio, fornendo la sua versione di «Che cosa significa essere di sinistra», in un momento nel quale chi si definisce tale, lo fa spesso in modo confuso e di parte, tanto da rendere poco chiari metodi e obiettivi per arrivare a una realizzazione della sinistra stessa (o centrosinistra che è praticamente lo stesso), caratterizzata da tante anime, spesso in contrapposizione formale e sostanziale.
Si sofferma però, probabilmente per il poco spazio a disposizione, prevalentemente su una definizione, che lascia intravedere un ruolo di governo fondamentale della sinistra stessa nella società attuale, senza però spiegare perché sia importante e come realizzare compiutamente, o almeno parzialmente, una società di sinistra. Infatti la carenza attuale di un chiaro modello di società di sinistra porta molti a accentuare forme di narcisismo o di egoismo (io voglio i benefici che offre la sinistra, ma non mi interessa impegnarmi per estenderli al resto della società), che snaturano le caratteristiche ideali di questo modello.
Con tale limite, si darebbe voce a chi critica o si oppone alla sinistra in quanto utopistica e incapace di governare, utile solamente a criticare il liberismo, o capitalismo come si voglia definirlo, più sfrenato.
Una società di sinistra, o meglio, fortemente caratterizzata dalla sinistra, deve basarsi, oltre che sull’uguaglianza, ben diversa dall’omologazione, come rileva giustamente Rovatti, sulla solidarietà, che è però in scarso equilibrio con l’innato egoismo umano, più caratteristico della destra. È pensabile quindi parlare di sinistra senza fare riferimento all’economia, alla scelta tra mercato libero o controllato dallo Stato?
O nel caso cui fa riferimento Rovatti, al nuovo contratto della Fiat, duro ma utile e quindi migliorabile, oppure duro, autoritario e basta? Non basta fare riferimento all’uguaglianza per trovare una soluzione accettabile dalle parti in contrapposizione. Probabilmente la sinistra ha bisogno di una nuova definizione per essere ancora attuale.
Abbiamo bisogno di un’economia dinamica, che può realizzarsi attraverso varie opportunità di sviluppo responsabile, senza il quale saremmo abbastanza uguali, ma più poveri.

E Pietro Ichino, intervistato da Marina Nemeth sul tema Fiat - Contratto - Referendum :

Marchionne annuncia che se vinceranno i no al referendum investirà altrove. Il segretario Cgil Camusso gli risponde a stretto giro di posta e accusa l’ad Fiat di insultare l’Italia, e il governo di essere complice di una strategia che vuole ridurre i diritti dei lavoratori.
Era inevitabile arrivare a questi gradi di tensione? La risposta di Pietro Ichino, senatore del Pd e giuslavorista, è un netto no.

 «Contratti come questo, in deroga rispetto alla disciplina standard nazionale – dice - si stipulano normalmente da quindici anni in Germania e in Svezia, senza queste drammatizzazioni. E da noi la deroga è prevista da anni nei settori chimico, tessile e degli alimentaristi. Ma ci sono deroghe molto peggiori».

Quali?

La deroga all’intero diritto del lavoro che viene praticata per un milione di lavoratori a progetto e, almeno per il doppio, di false partite Iva. Questo sì meriterebbe una forte drammatizzazione, mentre sul problema regna il silenzio. Si tratta di lavoratori sostanzialmente dipendenti, che non hanno alcun diritto né a limiti di orario, né a malattia retribuita né tanto meno allo sciopero.

Allora questo scontro come si spiega?

Ciò che induce la Fiom a drammatizzare il proprio rifiuto non è il contenuto delle singole disposizioni in deroga, ma è la paura del ”piano inclinato”. Dicono: ”Si incomincia così e non si sa dove si va a finire”. Senonché questo è l’argomento di tutti i peggiori conservatorismi. E il nostro Paese, per ricominciare a crescere, ha assoluto bisogno di aprirsi agli investimenti delle grandi multinazionali. Se soltanto riuscissimo ad allinearci alla media europea, avremmo un flusso aggiuntivo di investimenti stranieri di 30-40 miliardi ogni anno.

Ma l’azienda aveva davvero bisogno di una ”cura” così drastica?

Il lavoro continuo per sei giorni su sette, per sfruttare meglio gli impianti, è praticato da decenni nel settore tessile, o in quello chimico. Quanto alle disposizioni sulle pause e contro gli eccessi di assenze per malattia, esse tendono ad allineare gli stabilimenti di Pomigliano e di Mirafiori a standard normali negli altri Paesi europei. Parlare di attacco ai ”diritti fondamentali” mi pare molto sbagliato.

Ci sono anche le clausole contrattuali contro lo sciopero.

In tutti i Paesi occidentali maggiori, tranne la sola Francia, la clausola di tregua obbliga a non scioperare contro il contratto tutti i lavoratori a cui il contratto stesso si applica. A me sembra ragionevole chiedere che questa regola valga anche da noi. Anche perché il sindacato abbia una buona moneta di scambio da spendere al tavolo delle trattative.

E la clausola che toglie alla Fiom il diritto alla rappresentanza in azienda?

Quella corrisponde esattamente a quanto previsto dall’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori: ha diritto alla rappresentanza il sindacato che ha firmato almeno un contratto collettivo applicato nell’azienda. Ciò non toglie che questa norma vada riformata: per questo ho presentato, già nel 2009, con altri 54 senatori del Pd, un disegno di legge che regola la materia, attribuendo alla coalizione sindacale maggioritaria il potere di stipulare contratti vincolanti per tutti, compresa la clausola di tregua; e alla minoranza il diritto a essere rappresentata anche se rifiuta di firmare il contratto.

La Cgil presenterà a Cisl e Uil la proposta di un accordo che costituisca la base di una legge su questa materia. Può essere la strada giusta per uscire dall’impasse?

Potrebbe esserlo se le tre confederazioni fossero in grado di accordarsi sulle questioni cruciali: derogabilità del contratto nazionale e clausola di tregua. Ma questo accordo oggi mi sembra molto improbabile; in particolare i dissensi mi sembrano insuperabili sui limiti e i requisiti di validità della deroga al contratto nazionale e sulla clausola di tregua. Per questo occorre, almeno in via sussidiaria e provvisoria, un intervento legislativo.

Qualche POST fa riproducevo da IL PICCOLO un intervento di Pier Aldo Rovatti sulla solita, importante questione essere di sinistra . Esprimevo qualche dubbio, mancava qualcosa.

Oggi, sempre sul quotidiano di Trieste, un lettore ( Auro Muzzi ) scrive :


Pier Aldo Rovatti interviene molto opportunamente sul Piccolo del 7 gennaio, fornendo la sua versione di «Che cosa significa essere di sinistra», in un momento nel quale chi si definisce tale, lo fa spesso in modo confuso e di parte, tanto da rendere poco chiari metodi e obiettivi per arrivare a una realizzazione della sinistra stessa (o centrosinistra che è praticamente lo stesso), caratterizzata da tante anime, spesso in contrapposizione formale e sostanziale.
Si sofferma però, probabilmente per il poco spazio a disposizione, prevalentemente su una definizione, che lascia intravedere un ruolo di governo fondamentale della sinistra stessa nella società attuale, senza però spiegare perché sia importante e come realizzare compiutamente, o almeno parzialmente, una società di sinistra. Infatti la carenza attuale di un chiaro modello di società di sinistra porta molti a accentuare forme di narcisismo o di egoismo (io voglio i benefici che offre la sinistra, ma non mi interessa impegnarmi per estenderli al resto della società), che snaturano le caratteristiche ideali di questo modello.
Con tale limite, si darebbe voce a chi critica o si oppone alla sinistra in quanto utopistica e incapace di governare, utile solamente a criticare il liberismo, o capitalismo come si voglia definirlo, più sfrenato.
Una società di sinistra, o meglio, fortemente caratterizzata dalla sinistra, deve basarsi, oltre che sull’uguaglianza, ben diversa dall’omologazione, come rileva giustamente Rovatti, sulla solidarietà, che è però in scarso equilibrio con l’innato egoismo umano, più caratteristico della destra. È pensabile quindi parlare di sinistra senza fare riferimento all’economia, alla scelta tra mercato libero o controllato dallo Stato?
O nel caso cui fa riferimento Rovatti, al nuovo contratto della Fiat, duro ma utile e quindi migliorabile, oppure duro, autoritario e basta? Non basta fare riferimento all’uguaglianza per trovare una soluzione accettabile dalle parti in contrapposizione. Probabilmente la sinistra ha bisogno di una nuova definizione per essere ancora attuale.
Abbiamo bisogno di un’economia dinamica, che può realizzarsi attraverso varie opportunità di sviluppo responsabile, senza il quale saremmo abbastanza uguali, ma più poveri.

E Pietro Ichino, intervistato da Marina Nemeth sul tema Fiat - Contratto - Referendum :

Marchionne annuncia che se vinceranno i no al referendum investirà altrove. Il segretario Cgil Camusso gli risponde a stretto giro di posta e accusa l’ad Fiat di insultare l’Italia, e il governo di essere complice di una strategia che vuole ridurre i diritti dei lavoratori.
Era inevitabile arrivare a questi gradi di tensione? La risposta di Pietro Ichino, senatore del Pd e giuslavorista, è un netto no.

«Contratti come questo, in deroga rispetto alla disciplina standard nazionale – dice - si stipulano normalmente da quindici anni in Germania e in Svezia, senza queste drammatizzazioni. E da noi la deroga è prevista da anni nei settori chimico, tessile e degli alimentaristi. Ma ci sono deroghe molto peggiori».

Quali?

La deroga all’intero diritto del lavoro che viene praticata per un milione di lavoratori a progetto e, almeno per il doppio, di false partite Iva. Questo sì meriterebbe una forte drammatizzazione, mentre sul problema regna il silenzio. Si tratta di lavoratori sostanzialmente dipendenti, che non hanno alcun diritto né a limiti di orario, né a malattia retribuita né tanto meno allo sciopero.

Allora questo scontro come si spiega?

Ciò che induce la Fiom a drammatizzare il proprio rifiuto non è il contenuto delle singole disposizioni in deroga, ma è la paura del ”piano inclinato”. Dicono: ”Si incomincia così e non si sa dove si va a finire”. Senonché questo è l’argomento di tutti i peggiori conservatorismi. E il nostro Paese, per ricominciare a crescere, ha assoluto bisogno di aprirsi agli investimenti delle grandi multinazionali. Se soltanto riuscissimo ad allinearci alla media europea, avremmo un flusso aggiuntivo di investimenti stranieri di 30-40 miliardi ogni anno.

Ma l’azienda aveva davvero bisogno di una ”cura” così drastica?

Il lavoro continuo per sei giorni su sette, per sfruttare meglio gli impianti, è praticato da decenni nel settore tessile, o in quello chimico. Quanto alle disposizioni sulle pause e contro gli eccessi di assenze per malattia, esse tendono ad allineare gli stabilimenti di Pomigliano e di Mirafiori a standard normali negli altri Paesi europei. Parlare di attacco ai ”diritti fondamentali” mi pare molto sbagliato.

Ci sono anche le clausole contrattuali contro lo sciopero.

In tutti i Paesi occidentali maggiori, tranne la sola Francia, la clausola di tregua obbliga a non scioperare contro il contratto tutti i lavoratori a cui il contratto stesso si applica. A me sembra ragionevole chiedere che questa regola valga anche da noi. Anche perché il sindacato abbia una buona moneta di scambio da spendere al tavolo delle trattative.

E la clausola che toglie alla Fiom il diritto alla rappresentanza in azienda?


Quella corrisponde esattamente a quanto previsto dall’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori: ha diritto alla rappresentanza il sindacato che ha firmato almeno un contratto collettivo applicato nell’azienda. Ciò non toglie che questa norma vada riformata: per questo ho presentato, già nel 2009, con altri 54 senatori del Pd, un disegno di legge che regola la materia, attribuendo alla coalizione sindacale maggioritaria il potere di stipulare contratti vincolanti per tutti, compresa la clausola di tregua; e alla minoranza il diritto a essere rappresentata anche se rifiuta di firmare il contratto.

La Cgil presenterà a Cisl e Uil la proposta di un accordo che costituisca la base di una legge su questa materia. Può essere la strada giusta per uscire dall’impasse?

Potrebbe esserlo se le tre confederazioni fossero in grado di accordarsi sulle questioni cruciali: derogabilità del contratto nazionale e clausola di tregua. Ma questo accordo oggi mi sembra molto improbabile; in particolare i dissensi mi sembrano insuperabili sui limiti e i requisiti di validità della deroga al contratto nazionale e sulla clausola di tregua. Per questo occorre, almeno in via sussidiaria e provvisoria, un intervento legislativo.