aconversationoncool:

Diane Keaton & Jack Nicholson, 1981

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Diane Keaton & Jack Nicholson, 1981

La fugacità /

Oh, così permanente /

La fugacità !

Venerdì 14 marzo 2014, 8.24 am


http://haikyou.tumblr.com/post/79539413599/la-fugacita-oh-cosi-permanente-la

Il maggior pregio di questa mostra è l’accessibilità: gli oggetti sacri e d’arte, i dipinti e i gioielli, le stoffe e gli abiti sono esposti con gusto, ed è un piacere raro potersi avvicinare così tanto, spesso senza protezione di cristalli. Anche l’accesso al contesto culturale è facilitato dai testi brevi e chiari che introducono le opere. 

Molti pezzi provengono da collezioni pubbliche e soprattutto private italiane ( i curatori stessi ? ). La modulazione dei temi, e la disposizione in stanze piccole, come fossero di una casa su più piani, da luogo a un percorso forse eccessivamente lineare, ma proprio per questo didattico. Tre eccezionali pezzi del terzo e del secondo millennio - riconoscibili per la loro icasticità e essenzialità - compaiono un poco a vanvera, ma proprio per questo a me graditi, per il disturbo e l’inquietudine che recano ai pezzi precedenti e successivi, così eccessivamente quanto doverosamente barocchi e profumati, e per il ristoro che recano al mio olfatto:  solo a una respirazione pulita i profumi esprimono senso e sensualità, solo a una sensualità sensata è gradita l’assenza di profumo.

Due righe ancora per l’invidia: una signora milanese deve avere in casa ( e chissà CHE casa ) una collezione di gioielli e abiti straordinaria, quando non è esposta. E io li vorrei indossare, qualche volta, per essere - anche per soli cinque minuti - Rama, il Vishnu blu, e avere accanto Sita. 


Astenersi sarcastici, grazie. ( ma potete sorridere, anzi, gradisco se / LiLa )



(Rama, Sita e Lakshmana in esilio, 1810-15, miniatura stile kangra, Rajasthan, India settentrionale)

Il maggior pregio di questa mostra è l’accessibilità: gli oggetti sacri e d’arte, i dipinti e i gioielli, le stoffe e gli abiti sono esposti con gusto, ed è un piacere raro potersi avvicinare così tanto, spesso senza protezione di cristalli. Anche l’accesso al contesto culturale è facilitato dai testi brevi e chiari che introducono le opere.

Molti pezzi provengono da collezioni pubbliche e soprattutto private italiane ( i curatori stessi ? ). La modulazione dei temi, e la disposizione in stanze piccole, come fossero di una casa su più piani, da luogo a un percorso forse eccessivamente lineare, ma proprio per questo didattico. Tre eccezionali pezzi del terzo e del secondo millennio - riconoscibili per la loro icasticità e essenzialità - compaiono un poco a vanvera, ma proprio per questo a me graditi, per il disturbo e l’inquietudine che recano ai pezzi precedenti e successivi, così eccessivamente quanto doverosamente barocchi e profumati, e per il ristoro che recano al mio olfatto: solo a una respirazione pulita i profumi esprimono senso e sensualità, solo a una sensualità sensata è gradita l’assenza di profumo.

Due righe ancora per l’invidia: una signora milanese deve avere in casa ( e chissà CHE casa ) una collezione di gioielli e abiti straordinaria, quando non è esposta. E io li vorrei indossare, qualche volta, per essere - anche per soli cinque minuti - Rama, il Vishnu blu, e avere accanto Sita.


Astenersi sarcastici, grazie. ( ma potete sorridere, anzi, gradisco se / LiLa )

(Rama, Sita e Lakshmana in esilio, 1810-15, miniatura stile kangra, Rajasthan, India settentrionale)

La superficie è già anche il dipinto.
Dove finisce il blu, dove comincia il bianco ?

(Di Luli Sanchez, tratto da A Way To Blue)

Ma ho il sospetto costante che tenere viva, a mo’ di chiacchiericcio salottiero, la pars destruens delle cose sia un’attività facilona e redditizia. Si rischia anche di passare per intellettuali inesorabili e spregiudicati. A me questo ruolo non è mai piaciuto. Ho sempre frequentato un piccolo, pudico pensiero: che a vedere il male dovunque si rischia di diventare davvero qualcosa che ha a che fare col male, o quantomeno di diventare, agli occhi di noi stessi, inospitali. Insomma, mi sono accanito giorno e notte a fare film non per puntare facilmente il dito contro ciò che non va, ma l’ho fatto per cercare la bellezza e il sentimento dappertutto. Anche nelle cose che, nell’opinione dominante, non vanno bene.

Paolo Sorrentino, da ” La Grande Bellezza, Diario dal Film - foto di Gianni Fiorito


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Su GallizioLab, dove altro ?

Sometimes
I cherish sleep
more than art or love.
It helps me drown into undulating
intermediary colors,
into the shimmer of a Gilette blueblade,
into the leopard’s yawn,
and into all my secondary lives
that cure me of too much exposure and precision.

( nina cassian, indigo, 2 - da C’È MODO E MODO DI SPARIRE, pagg 244-246, Adelphi, 25€ )

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[ Per me. Per te, per chi lo sa e per chi non. E per chi fa finta di no,
ma lo sa. ]

Meno, meno ancora, BaoTze !

Meno, meno ancora, BaoTze !

Struca La Foto / Salta Fora El Macaco

Struca La Foto / Salta Fora El Macaco

Una poco frequente, una rara coincidenza di date fa di oggi una giornata speciale.

Complici il sistema di misurazione del tempo secondo l’ebraismo e quello civile, oggi sono - insieme - sia il 20 gennaio 2014 e il 19 Shevat 5774. ( nota di Bao: questo testo è stato scritto ieri, ma pubblicato qui oggi, 21 gennaio 2104 - 20 Shevat 5774 )

Capita ogni giorno, ma non tutti i giorni di tutti gli anni capita che nello stesso giorno nascano o muoiano due persone che saranno, o sono stati, marito e moglie, madre e padre. Chi, dopo di loro, è ancora qui, e lo sa, non può non trattenere, per quel che può, il fiato, ogni volta che ci pensa. E ci pensa almeno una volta all’anno, oggi, appunto, per me.

L’ unicità di cui ognuno di noi è esempio si sdoppiano, o raddoppiano, si sottraggono o moltiplicano. Ogni momento. All’infinito, in avanti o indietro, come una nota che echeggi eternamente, come un cerchio nell’acqua che ne crei un altro un altro un altro, alla enne. E al suo apparente inverso, un cerchio che ne contenga uno minore, uno minore, uno minore ancora, avanti così, fino al sasso che inghiotte, o genera, tutto.

Un oggetto piano che diventa un solido, ma rimane piatto, uno specchio che riflette tutto, se stesso compreso, un alveare grande come l’infinito: questo sei, sono, siamo, con una buona ma non sufficiente approssimazione linguistica.

La synchronicity accade tutti i giorni, ma siamo troppo distratti ( e non bene esercitati ) all’attenzione per esserne davvero consapevoli. Forse è una necessaria protezione, una auto protezione protettiva: aver piena consapevolezza della ordinata casualità del tutto è insostenibile, pare.

Di più non so né posso dire, e questo post è già abbastanza…

Poco fa non pensavo a niente del genere, anche se sapevo che giorno è oggi. Lo so. Lo so di più dal 2001. A cristallizzare queste parole dal pulviscolo infinitamente mobile è stato uno status qui su FB. Una frase, non posso dirvi quale, che un attimo prima di vederla scritta, avevo pensato. Giuro, non è stato un deja vu, o una autosuggestione. Ne ho la prova.

Ho pensato : che bella questa rispondenza, questa eco di cui non si sa se sia stato il pensiero o la scritta ad essere matrice.

E, subito dopo, ho pensato che essere marito e moglie, o padre e madre, o fratello e sorella non sono la sola via per essere parenti. Ma solo quella più visibile.

E ho scritto quel che avete letto. Forsi. E che - senza correzioni o riletture, o pudore - pubblico adesso.

Che se ci penso su…

La conversazione continua qui