Mi sono svegliato con il tuo viso in bocca; ti sei alzata, hai spalancato la finestra, o forse invece l’hai chiusa. Vieni, mi hai detto con il mento. Allontanandoci dal divano vedevamo guardarci, seccate, le tre fiere dantesche, o forse indù, che erano sul tappeto. Digrignavano i denti – colli protesi, fauci lucide. Una tigre del bengala, un lupo bianco e un toro, nero. Ci gridavano, sgolandosi, il loro dispiacere: volevano che restassimo. Erano disperate, ma anche afone. Oppure eravamo noi che non eravamo capaci di ascoltare. È un incubo, ho pensato solo allora. Ma non ero spaventato, e tu sorridevi. Però c’eri, e allora non poteva che essere un sogno.

Ci siamo allontanati con lentezza, affiancati. Tu – ricordo come fosse adesso il tuo sorriso abbaglia lampioni – avevi un golfino beige a giro collo, che non ti avevo mai visto addosso.

Ora, qui, ho in bocca solo il gusto del caffè, sono le cinque e cinquantatré, non so dove sei, né con chi, né.

Mi giro, mi guardo bene attorno.

No, non sei con me.

Eppure sei qui, e io sono -qui- con te.

Una foto mossa, della sala/palcoscenico al TOMO Musèe di Tokyo dedicata a Fujimoto Yoshimichi, Maestro ceramista. 

Poche ( tre ? Forse due ) altre volte ho provato una simile emozione psico fisica in presenza di opere d’arte. I vasi, i piatti, i vassoi, la plaque, la tavola rossa con gli ideogrammi d’oro… Tutto è incastonato in uno spazio di meno di cinquanta metri quadrati, fatto di velature e ombre, di parallelepipedi e sagome pentagonali. Il colore dominante del fondo è il nero, tendente al rosso scuro. Quelli dominanti nelle opere di ceramica e laccatura il rosso, il bianco, e l’oro. Una sala infotografabile, per opere irrapresentabili se non da se stesse. E infotografabile per assenza di illuminazione adatta, oltre che per esplicito divieto.

 Prima ho disegnato la sala.
( Io che provo, che solo penso di poter disegnare: basta a dire la condizione in cui ero ) 
Il risultato è stato penoso, ma così ho fissato qualcosa di quell’ora in trance. 

Poi, però, profittando della mia consapevole inadeguatezza, della momentanea assenza di guardiane, e del bisogno, o della paura di non poter rivedere quel che stavo vedendo e che non avrei potuto di lì a poco più rivedere, ho trasgredito.  

E la foto - che allora è mossa ma non è sbagliata - ha dunque fermato ciò che più c’era, lì, allora. È una celebrazione dell’invisibile, della sua potenza comunicativa, che oltrepassa ogni visibilità possibile. 

Il titolo più frequente delle opere ( non ) fotografate è ” Moths In Flame ” (Falene In Fiamme).

Una foto mossa, della sala/palcoscenico al TOMO Musèe di Tokyo dedicata a Fujimoto Yoshimichi, Maestro ceramista.

Poche ( tre ? Forse due ) altre volte ho provato una simile emozione psico fisica in presenza di opere d’arte. I vasi, i piatti, i vassoi, la plaque, la tavola rossa con gli ideogrammi d’oro… Tutto è incastonato in uno spazio di meno di cinquanta metri quadrati, fatto di velature e ombre, di parallelepipedi e sagome pentagonali. Il colore dominante del fondo è il nero, tendente al rosso scuro. Quelli dominanti nelle opere di ceramica e laccatura il rosso, il bianco, e l’oro. Una sala infotografabile, per opere irrapresentabili se non da se stesse. E infotografabile per assenza di illuminazione adatta, oltre che per esplicito divieto.

Prima ho disegnato la sala.
( Io che provo, che solo penso di poter disegnare: basta a dire la condizione in cui ero )
Il risultato è stato penoso, ma così ho fissato qualcosa di quell’ora in trance.

Poi, però, profittando della mia consapevole inadeguatezza, della momentanea assenza di guardiane, e del bisogno, o della paura di non poter rivedere quel che stavo vedendo e che non avrei potuto di lì a poco più rivedere, ho trasgredito.

E la foto - che allora è mossa ma non è sbagliata - ha dunque fermato ciò che più c’era, lì, allora. È una celebrazione dell’invisibile, della sua potenza comunicativa, che oltrepassa ogni visibilità possibile.

Il titolo più frequente delle opere ( non ) fotografate è ” Moths In Flame ” (Falene In Fiamme).

Da Hitamuky, Tokyo, a Kontowood, Nowhere.

Grazie a Norikazu Ozawa.

Sengai, autoritratto.


« Cosa Ti Ha Fatto Voltare/Voltato, Sengai, in Questo Momento/Luogo Supremo dello Zen in Giappone ? “


Museo Idemitsu - Tokyo

( traduzione / variazioni di Bao, dal Francese )

Sengai, autoritratto.


« Cosa Ti Ha Fatto Voltare/Voltato, Sengai, in Questo Momento/Luogo Supremo dello Zen in Giappone ? “


Museo Idemitsu - Tokyo

( traduzione / variazioni di Bao, dal Francese )

Nikko, shinkyo sacred bridge (presso 二荒山神社 神橋 (Shinkyo Bridge))

Nikko, shinkyo sacred bridge (presso 二荒山神社 神橋 (Shinkyo Bridge))

" Well Mack the finger said to Louie the King
I got forty red white and blue shoe strings
And a thousand telephones that don’t ring
Do you know where I can get ride of these things
And Louie the King said let me think for a minute son
And he said yes I think it can be easily done
Just take everything down to Highway 61 “

( highway 61 revisited, bob dylan )

Scoperta, una scoperta.
Non è meraviglioso constatare che un qualcosa o un qualcuno che è sempre ( o, insomma, da taaaanto tempo ) stato dov’è, beh, lo è stato dunque anche prima che ce ne fossimo accorti !

Ammetto che è anche doloroso e terribile, anzi: terribile E doloroso, talvolta. Ma non questa, di oggi, per me.

Leggevo ancora e ancora IL TACCUINO DI BENTO, di John Berger ( neri pozza, 20€ ).

Ci sono libri che - come oggetti e sentimenti così primari e ab-soluti da non poter venir più notati - ci sono frasi, pagine e parole che attendono con infinita, ripeto: infinita pazienza di venir trovate. Questo, forse, deve esser il significato di epifania, quella di cui ho fatto conoscenza solo con JJ, ma c’era anche prima…

Insomma: ho letto una frase / ho guardato un disegno.
E ho visto, ho scoperto.

Io le evito, ma voi le sentite le virgolette, e vedete i corsivi, vero ?

Vi chiedo ora di perdonare l’ermeticità di queste righe.
Ora non potrei essere più chiaro: me ne vergogno, ma ho timore di perdere il potere che questa recente visione pare avermi dato - e non so per quanto - se la squaderno qui a parole. Mi sentirei tuttavia vile e disonesto, con me e con voi, se non ne lasciassi un qualche segno.

Mi è stato chiesto, una volta - e forse anche rimproverato - ” perché mi esponevo tanto “.
Non seppi rispondere subito, nemmeno quella volta.
Ma sapevo, come so adesso, perché mi espongo.

Per venir guardato ?
No.
Per venir visto.

( Iris e Cicala, Hokusai - 1932 )



" Each spring when the irises begin to flower, I find myself drawing them – as if obeying an order. There’s no other flower so commanding. And this may have something to do with the way they open their petals, already printed. Irises open like books. At the same time, they are the smallest, tectonic quintessence of architecture. I think of the Mosque Suleiman in Istanbul. Irises are like prophesies: simultaneously astounding and calm. "

( Bento’s Sketchbook, by John Berger, VersoBooks.com )

kimono:


鳥居の種類
A「神明鳥居(Shinmei torii)」、B「鹿島鳥居(Kashima torii)」、C「明神鳥居(Myōjin torii)」、D「八幡鳥居(Hachiman torii)」、E「春日鳥居(Kasuga torii)」、F「中山鳥居(Nakayama torii)」、G「外宮鳥居(Gekū torii)」、H「三柱鳥居(Mihashira torii)」、I「三輪鳥居(Miwa torii)」、J「両部鳥居(Ryōbu torii)」

kimono:

鳥居の種類

A「神明鳥居(Shinmei torii)」、B「鹿島鳥居(Kashima torii)」、C「明神鳥居(Myōjin torii)」、D「八幡鳥居(Hachiman torii)」、E「春日鳥居(Kasuga torii)」、F「中山鳥居(Nakayama torii)」、G「外宮鳥居(Gekū torii)」、H「三柱鳥居(Mihashira torii)」、I「三輪鳥居(Miwa torii)」、J「両部鳥居(Ryōbu torii)」

El fradèl, xè anKa più bèl

El fradèl, xè anKa più bèl

Lenti Eccellenti

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