" Well Mack the finger said to Louie the King
I got forty red white and blue shoe strings
And a thousand telephones that don’t ring
Do you know where I can get ride of these things
And Louie the King said let me think for a minute son
And he said yes I think it can be easily done
Just take everything down to Highway 61 “

( highway 61 revisited, bob dylan )

Scoperta, una scoperta.
Non è meraviglioso constatare che un qualcosa o un qualcuno che è sempre ( o, insomma, da taaaanto tempo ) stato dov’è, beh, lo è stato dunque anche prima che ce ne fossimo accorti !

Ammetto che è anche doloroso e terribile, anzi: terribile E doloroso, talvolta. Ma non questa, di oggi, per me.

Leggevo ancora e ancora IL TACCUINO DI BENTO, di John Berger ( neri pozza, 20€ ).

Ci sono libri che - come oggetti e sentimenti così primari e ab-soluti da non poter venir più notati - ci sono frasi, pagine e parole che attendono con infinita, ripeto: infinita pazienza di venir trovate. Questo, forse, deve esser il significato di epifania, quella di cui ho fatto conoscenza solo con JJ, ma c’era anche prima…

Insomma: ho letto una frase / ho guardato un disegno.
E ho visto, ho scoperto.

Io le evito, ma voi le sentite le virgolette, e vedete i corsivi, vero ?

Vi chiedo ora di perdonare l’ermeticità di queste righe.
Ora non potrei essere più chiaro: me ne vergogno, ma ho timore di perdere il potere che questa recente visione pare avermi dato - e non so per quanto - se la squaderno qui a parole. Mi sentirei tuttavia vile e disonesto, con me e con voi, se non ne lasciassi un qualche segno.

Mi è stato chiesto, una volta - e forse anche rimproverato - ” perché mi esponevo tanto “.
Non seppi rispondere subito, nemmeno quella volta.
Ma sapevo, come so adesso, perché mi espongo.

Per venir guardato ?
No.
Per venir visto.

( Iris e Cicala, Hokusai - 1932 )



" Each spring when the irises begin to flower, I find myself drawing them – as if obeying an order. There’s no other flower so commanding. And this may have something to do with the way they open their petals, already printed. Irises open like books. At the same time, they are the smallest, tectonic quintessence of architecture. I think of the Mosque Suleiman in Istanbul. Irises are like prophesies: simultaneously astounding and calm. "

( Bento’s Sketchbook, by John Berger, VersoBooks.com )

kimono:


鳥居の種類
A「神明鳥居(Shinmei torii)」、B「鹿島鳥居(Kashima torii)」、C「明神鳥居(Myōjin torii)」、D「八幡鳥居(Hachiman torii)」、E「春日鳥居(Kasuga torii)」、F「中山鳥居(Nakayama torii)」、G「外宮鳥居(Gekū torii)」、H「三柱鳥居(Mihashira torii)」、I「三輪鳥居(Miwa torii)」、J「両部鳥居(Ryōbu torii)」

kimono:

鳥居の種類

A「神明鳥居(Shinmei torii)」、B「鹿島鳥居(Kashima torii)」、C「明神鳥居(Myōjin torii)」、D「八幡鳥居(Hachiman torii)」、E「春日鳥居(Kasuga torii)」、F「中山鳥居(Nakayama torii)」、G「外宮鳥居(Gekū torii)」、H「三柱鳥居(Mihashira torii)」、I「三輪鳥居(Miwa torii)」、J「両部鳥居(Ryōbu torii)」

El fradèl, xè anKa più bèl

El fradèl, xè anKa più bèl

Lenti Eccellenti

Lenti Eccellenti

Fusilli e carciofi mangio a Contovello 
Conditi di limerick, pecorino e cipolla;
Mi illudo perfino di essere bello.
Non c’è lo specchio, posso stare tranquillo
Leccandomi dita e ferite a Contovello

Fusilli e carciofi mangio a Contovello
Conditi di limerick, pecorino e cipolla;
Mi illudo perfino di essere bello.
Non c’è lo specchio, posso stare tranquillo
Leccandomi dita e ferite a Contovello

solidair:

Arvo Pärt - Festina Lente

[Performed by the Estonian National Symphony Orchestra. Conductor: Paavo Järvi]

Apto Mihi


Primavera, 12 anni fa. Una frase, sei parole. Se lo ricorda bene ancora oggi, quel primo shock. Non aveva nemmeno finito di leggerla. Come è testarda e precisa la memoria dei traumi. Da allora, molti sono stati i momenti nei quali Alberto è tornato a pensarci. Diciamo - senza esagerare - almeno sessanta, tanto per restare sulle tabelline del 6 e del 12, sulla griglia delle quali questa storia si appoggia e sviluppa.

Il primo effetto fu una sferzata sull’anima. Chi adesso pensasse che sto esagerando è invitato a dar un’occhiata all’album di fotografie delle proprie ferite interiori. « Mi fece così male perché diceva il vero » , riuscì a ammettere Alberto solo dopo molti mesi. Nemmeno sapere che l’aveva scritta un uomo rancoroso, cattolico estremista e ipocrita, bastava a depotenziarne l’effetto traumatico. Tarlo aveva ragione: la sua sensibilissima percettività, la sua proverbiale icasticità avevano colto e definito il comportamento di Alberto a quel tempo, e non solo.

Nonostante avesse subito cestinato il foglio dove era stata stampata quella Frase Scarlatta; nonostante il suo nome non fosse stato scritto ( ma lo pseudonimo usato era anche più identificante ); nonostante nessuno mai - nemmeno Tarlo o uno dei pochi ad averlo ricevuto e letto, quel foglio - ne avesse parlato, o anche solo accennato; nonostante che lo stesso Tarlo, in seguito, per vie indirette e quasi inintelleggibili, fatte di sguardi occasionali e altre rilevanti minuzie relazionali, avesse comunicato a Alberto il proprio imbarazzo, e forse persino presentato le proprie ipocrite, cattoliche, codapagliste scuse.

Nonostante? No: proprio a causa di quegli ingenui auto depistaggi, tardo adolescenziali per davvero, Alberto non aveva dimenticato, anzi, ci aveva pensato spesso, spesso e a fondo.

Almeno tante quante erano state le volte in cui si era ritrovato a dover ammettere che sì, cazzo, Tarlo aveva avuto ragione quando aveva detto, no: scritto che…

Anche a me capita - su, adesso non dite che a voi, invece, no - di constatare quanto la mia natura sia sempre la stessa, sotto sotto. Come in fin dei conti agisco, o reagisco, sempre con le stesse modalità, e seguendo il medesimo schema, nei confronti dei fatti, delle persone o delle parole che mi seducono o colpiscono. Mi lamento e consolo, insieme. Non cambierai mai, mi dico, con rammarico e autoindulgenza, e mentre me lo ripeto sto già un po’ cambiando, ma non abbastanza da non ricaderci ancora. Poi però, io non ci sto su a rimasticare, lascio perdere, ci bevo su, lavoro più forte: sono un peso leggero, schivo i colpi. Forse.

Alberto no, lui ha la taglia di un peso massimo. Coraggioso, certo, ma anche istintivo e temerario: si è spesso molto esposto, e dunque è diventato - per necessità e per mestiere - un buon incassatore. Basta poco, però, per mandarlo al tappeto, quando si espone un po’ troppo, e qualcuno, o qualcosa, lo colpisce forte, nei punti giusti. E quella frase, quelle sei parole che gli risuonano dentro ogni qual volta è a terra - senza fiato e piegato dal dolore - quelle dodici sillabe lo fotografano sempre eguale, sempre lo stesso a prescindere dall’età anagrafica, dall’esperienza, dai KO, dai consigli, dalle paure, dagli scoramenti, dalle cure, dalle fughe, dalle premonizioni, dai fallimenti, dalla fatica.

La sentenza, così la chiamava, con la familiarità con cui si da un soprannome a un parente stretto o a un vecchio animale domestico; con la reverenza che si tributa a un vero Maestro; con la riconoscenza che si prova per un’opera d’arte; con l’accettazione del valore legale attribuito a una carica istituzionale; con l’obbedienza, renitente, che si deve a un tribunale cui si riconosce legittimità, e persino l’adeguatezza della pena da scontare, ma di cui si nega l’autorità a giudicare; con la cautela con cui si maneggia un bisturi, un rimorso, o una farfalla.

« La mia sentenza - sorrideva sbuffando, la faccia storta ma gli occhi dritti su di me - la MIA sen-ten-za » sillabava amaro, ma anche orgoglioso e protettivo. Così, un po’ per prenderne le distanze, con l’ironia, e un po’ per saggiarne il peso, prima di adeguarsi a sostenerlo, e riconoscerle dunque la gravitas di un giudizio inappellabile, di una necessità, di un destino, ma anche la laevitas di una via ancora aperta, di un senso, di una direzione, di un significato. Le dimostrava rispetto, le offriva simpatia, con timore e riconoscenza.

Nelle lunghe, ma troppo rare conversazioni a cuore e cervello aperto che abbiamo condiviso in tutti questi anni, Alberto me ne aveva spesso parlato, della Sentenza: della sua esattezza, delle sue motivazioni e dei suoi effetti. E me ne aveva narrate - a frammenti spesso incongrui fra loro, ma pieni di aneddoti, paesaggio e ritratti - le sue rappresentazioni umane, sentimentali e civili, comiche e tragiche. « È una tragicommedia, come lo sono in fondo tutte, amico mio…» - concludeva allargando le braccia, accomodante e sfinito insieme - « … Una condanna e una elezione - come scriveva quell’ebreo praghese, ricordi ? - indistinguibili l’una dall’altra, tanto sono mescolate nelle stesse sei parole, nelle stesse dodici sillabe… ».

Per Alberto quella frase era come la prima pepita d’oro faticosamente trovata da Paperon de Paperoni nel Klondike, quella da cui aveva forgiato il famoso Primo Cent, quello che Amelia, la Fattucchiera che ammalia… O come doveva esser stato il Peradam di Padre Sogol, per Reneè Daumal; o come fosse uno specchio, il suo specchio, replicante e deformante; o una frase musicale, sempre riconoscibile e sempre nuova, sempre gradita e sempre spaventosa, come l’intro di Satisfaction, o il trillo del diavolo. Anzi, come l’intro della Quinta di Ludovico Van E il trillo del diavolo. Qualcosa di scottante e fresco, di insopportabile e desiderabile, che assaporava con gioia o da cui era disgustato. Qualcosa che lo aveva scosso più di ogni altro terremoto, e più aiutato a imparare a star bene in piedi, a camminare, a continuare a andare, avanti. Che lo aveva ogni volta stroncato e ogni volta spronato. Qualcosa che amava e odiava, anzi, meglio ancora: che lo amava e lo odiava.

Ma solo ieri sera - dovrei dire piuttosto stanotte, non ha ancora albeggiato e io sto qui a scriverne, prima che me ne passi la voglia e l’urgenza, mentre Alberto dorme vestito, felicemente abbandonato sulla poltrona come mai prima lo avevo visto - , solo ieri sera me l’ha detta. Una sola volta, e io ho capito subito, subito e tutto.

L’ho guardato e gli ho detto, senza parole, che capivo. Che avevo già capito, e da un pezzo. Lui ha abbassato lo sguardo, ha riportato con la destra il sigaro alle labbra, ha puffato, trattenuto e finalmente spuffato, riprendendo il Partagas fra le dita. In quell’espirazione, con quel fumo è uscita, ho visto uscire tutta la cenere, tutto il dolore, tutto il rancore, tutto il dolore. Si è alzato, mi ha sorriso. Mi sono alzato anch’io, ci siamo avvicinati. Alberto mi ha messo la sinistra sulla spalla, me l’ha stretta con affetto e forza, come fosse una mano. « Ora, ma tu già lo sai, non lo ripeto a ufo, eh, amico mio, che la verità è sempre e solo paradossale ? » - mi ha sussurrato a meno di un centimetro dal naso - « Ora che potrei ripeterla, e quante volte voglio, e anche parlartene a lungo, ora non ce n’è più bisogno alcuno, eh ? »

Ho sorriso e annuito, ho abbassato il mento, mi sono seduto e ho raccolto il bicchiere. Ho sospirato, a fondo.

« Ora, però, posso parlartene io, della mia… » - ho detto a Alberto, guardandolo di nuovo dentro agli occhi. Poi ho mandato giù un bel sorso. E ho cominciato.