( vale anche altrove, eh… )
ma la cosa che più mi colpisce è che state parlando di questa faccenda morgan, droga, sanremo come se fosse una cosa vera. come se queste cose, dello spettacolo, delle televisioni, dei giornali, fossero cose vere. e magari poi pensate di essere migliori (più intelligenti, colti, sgamati) della gente che fa queste stesse scene parlando dei personaggi di uomini e donne o del grande fratello. ma per quale motivo al mondo interessarsi delle sorti di uno come morgan? perché è stato il cantante di un gruppo che quando avevate 15 anni e non capivate un cazzo di musica avete apprezzato per due interi mesi? perché ha saputo riciclarsi in una maniera indie che capite e apprezzate, trasformandosi in una comparsa di tim burton? perché una volta siete andati alla colonia estiva dei blogger e lui ha cantato sotto un gazebo per voi e c’era sofri che vi ha detto che è un grande artista e gli avete creduto e da quel giorno in poi ne avete fatto un santino? ma sorvoliamo anche sul fatto che si tratti di un artista mediocre, fasullo e insignificante, e anche che sia andato a *porta a porta* (avreste linciato chiunque per molto meno) a piangere come un lapo qualsiasi - più che altro, state davvero prendendo sul serio questa cosa? state realmente prendendo sul serio questa cosa e *contemporaneamente* esaltando videocracy e bullandovi di quanto siete immuni dall’ipnosi della televisione? state realmente pensando che tutto ciò sia reale?
sono allibita.
I wonder if Pynchon is jealous of all the attention that Salinger got last week.
IL NOME DEI GATTI
E’ un’impresa difficile, ve lo posso giurare,
Mettere un nome ai gatti…
A prima vista potreste anche pensare
Che sia più matto di un mulo, o che abbia un giudizio
Tutt’altro che sereno,
Se vi dico che un gatto deve avere almeno
TRE NOMI DIFFERENTI. Innanzitutto,
Un nome di famiglia, quello che tutti i giorni può venire usato
Un nome come Pietro o come Augusto, Alonzo o Diodato,
Come Vittorio o Gionata, come Guglielmo o Giuseppe Pascutto,
Tutti nomi sensati, utili in ogni circostanza ai gatti.
Ma se pensate che abbiano un suono più ameno
Nomi più fantasiosi vi posso consigliare,
Alcuni per signori, altri per belle dame su misura fatti:
Nomi come Platone e Admeto, Elettra o Filodemo,
E anche questi sensati, utili in ogni circostanza ai gatti.
Ma ve lo dico io, tutti i gatti han bisogno di un nome
Che sia particolare e peculiare, molto più dignitoso,
Che permetta ad ognuno di tenere la coda perpendicolare
E di mettere in mostra i lunghi baffi, e sentirsi orgoglioso.
Nomi di questa specie posso inventarne mille,
Nomi come Scapicchio, Burbax e Sfrondapille.
Come Bombalurina, Tisquàss e Ciprincolta,
Nomi che vanno bene soltanto ad un gatto per volta.
Tuttavia, in mezzo a tanti, ancora un nome manca,
Nome che non potrete certo indovinare:
Nome che la ricerca umana non potrà mai scovare
E che il GATTO CONOSCE, anche se mai lo vorrà confidare.
Quando vedete un gatto immerso in fonda meditazione,
Sempre la stessa, vi giuro, è la ragione:
La sua mente è perduta in rapimento ed in contemplazione
Del pensiero, del pensiero, del pensiero del suo nome:
Del suo ineffabile effabile
Effineffabile
Profondo inscrutabile ed unico Nome.(Thomas Stearns Eliot)
dedicato a lui
( tratto dal PICCOLO del 27 gennaio 2010 )
NELLA GRAPHIC NOVEL ”LA PORTA DI SION”
Chendi e la ricerca della Terra Promessa

Ci ha messo cinquant’anni per far risuonare la voce della sua bisnonna che diceva l’amarezza vissuta all’indomani delle leggi razziali, proclamate da Mussolini in piazza Unità. «Quando ho udito quelle parole – gli raccontava da bambino – mi sono sentita come se mi togliessero le scarpe: come se dovessi camminare a piedi nudi».
Walter Chendi ha preso le mosse da questo ricordo denso di mistero («non si è mai capito come e perché il nostro retaggio ebraico si sia interrotto»). L’ha proiettato sul fondale fascinoso di una Trieste d’epoca fatta di vicoli, belle signore, hotel di lusso, navi ed emigranti ebrei che a migliaia, in fuga dalle persecuzioni nell’Europa centrale e orientale, s’imbarcavano verso la Terra Promessa da Trieste, per questo ribattezzata la Porta di Sion. E l’ha animato di un piccolo romanzo di formazione, quello dell’adolescente Jacob Ferrara che nel 1938, in meno di due settimane, trova un lavoro nuovo, s’innamora e lascia la città alla volta della Palestina. Il risultato è il volume ”La porta di Sion” (edizioni Bd, pagg. 108, euro 12), graphic novel che ricostruisce uno spezzone di storia appassionante e ancora poco conosciuta, che viene presentato oggi alle 16.30 al Museo della Comunità ebraica Carlo e Vera Wagner in occasione del Giorno della Memoria, alla presenza dell’autore, da Valerio Fiandra e Luca Enoch, fumettista e illustratore. Al termine, alle 18, la testimonianza di Hanna Kugler Weiss, deportata sedicenne da Fiume a Birkenau con interventi di Ariel Haddad e Stefano Fattorini. «L’idea di lavorare su questo periodo mi è venuta dopo aver visto una mostra della Comunità ebraica di Trieste, l’Educazione spezzata, che ripercorreva l’avvento delle leggi razziali e l’espulsione dei bambini dalle scuole, e aver letto il catalogo di una precedente mostra sull’emigrazione ebraica dalla nostra città”, racconta Chendi. L’autore di ”Mont Uant” e delle ”Maldobrie” a fumetti non se la sente però d’improvvisare («racconto meglio se so di cosa parlo e non ci tengo a fare la figura del cretino»). Così si tuffa in una maratona di letture. Su consiglio dell’amico Valerio Fiandra affronta la storia degli ebrei triestini.
Rilegge Svevo e ”Il mio Carso” di Slataper, Magris e Kezich, Voghera e Moni Ovadia per poi immergersi nelle foto e nei giornali d’epoca.
Intanto percorre Trieste con uno sguardo nuovo. «È stato un vero viaggio nella città che mi ha riservato non poche sorprese. Ho trascorso ore nel ghetto, a cercare di ricostruire com’erano disposte le case prima delle demolizioni. Ho incontrato tanti esponenti della Comunità ebraica che mi hanno dato la loro collaborazione e con cui ho visitato la Sinagoga, in cui ambiento alcune scene. Sono stato al Cimitero dove ho ritrovato la tomba del mio bisnonno Giacomo Weiss».
Nelle tavole in bianco e nero scorrono così il porto affollato di navi, la stazione centrale, gli edifici di via del Monte in cui trovarono cibo e sostegno gli emigranti (160 mila secondo le stime), la macelleria del ghetto, piazza Unità, la libreria di Saba e il suo proprietario d’umor nero, il salotto di un dottor Zeiss che ci rimanda dritti alla psicanalisi. Jacob, come gli altri ebrei immortalati nelle tavole, cammina scalzo per l’intera storia. «Volevo rendere così il dolore e la fatica del camminare in quelle condizioni e al tempo stesso farne un segnale di riconoscimento immediato agli occhi altrui». Il giovane si ritroverà le scarpe ai piedi solo all’imbarco per la Palestina, segno di una ritrovata dignità o di un pericolo scampato senza neppure averne coscienza. «Ho voluto proporre la storia lieve di un giovane che, come tutti i giovani, si preoccupa delle ragazze, del futuro lavoro o del paese in cui vivrà più che delle grandi questioni politiche», dice Walter Chendi. «In questo libro non si parla di Shoah. Jacob non sa nemmeno dove stia la Palestina verso cui è diretto. Ma la scelta di far vedere quella Trieste che non esiste più è un modo di parlare dei tanti ebrei scomparsi in quegli anni».
Daniela Gross
Tratto da IL PICCOLO di Trieste, MERCOLEDÌ, 27 GENNAIO 2010
«Il nostro impegno per i milleduecento triestini di religione ebraica che non tornarono dall’abisso»
di Andrea Mariani
presidente della Comunità ebraica di Trieste.
Auschwitz, una parola e un luogo, memoria e ammonimento, il simbolo materiale e rappresentativo di un male che ha segnato l’intero secolo passato. La data di liberazione, il 27 gennaio, diventa momento comune di celebrazione istituzionale, e dato l’alto valore di testimonianza, non può definirsi semplicemente e solamente in un incontro commemorativo. Un fatto di cronaca degli ultimi tempi mi ha ricondotto a un parallelo imprevisto. Il furto della purtroppo celebre scritta sul cancello di Auschwitz, con il più datato ladrocinio della famigerata mazza della Risiera di San Sabba nel 1981.
In Polonia si è riusciti a ritrovare quella memoria così tangibile. A Trieste non è accaduto altrettanto. La questione in sé potrebbe, ma non credo, avere un aspetto semplicemente di spacconeria galeotta. Ma tanto è legata quella mazza a crimini atroci che non ho potuto trattenermi dal riflettere sui tanti altri misteri legati a quel luogo di sterminio: sulle prove dell’esistenza di camion per gasare; l’identità dei soggetti non tedeschi coinvolti nella fabbrica di morte; le scritte nominative scomparse dai muri; le zone d’ombra nei tempi del processo; la residenza e il passaggio indisturbato a Trieste dopo il ’45 di alcuni tra i più conosciuti e maggiori colpevoli nazisti. E poi i ritrovamenti dei resti umani sotto le macerie del forno crematorio da parte della Polizia civile; le responsabilità delle istituzioni italiane prima del ’43 e di chi ancora tra gli italiani aveva potestà dopo l’11 settembre di quell’anno; le penne della propaganda d’odio razziale; le responsabilità dei volontari del Reich e dei Volksdeutsche nell’organizzazione malvagia del loro capo Globocnik Odilo. Quest’ultimo, nato a Trieste nel 1904, protagonista nell’ascesa delle SS in Austria, in prima fila nella deportazione degli ebrei viennesi, complice nella liquidazione della Polonia ebraica, di Chelmno, Belzec, Sobibor e Treblinka. Primo responsabile del genocidio di Lublino, poi qui nel Litorale adriatico con tutta la sua esperienza a produrre ancora morte. Finalmente catturato dagli inglesi nell’ospitale Carinzia e suicidatosi da vile, prima di sostenere il giudizio degli uomini.
Anche alcune morti dovute a incidente e in qualche modo collegate alla storia, sebbene posticipate nei tempi, fanno pensare lasciando alcuni interrogativi, così per gli accadimenti riguardanti Lidia Frankel in Grini e il professor Diego de Henriquez. Poi, ancora una questione giudiziaria aperta, quella che riguarda Ivan Demjanjuk oggi processato a Monaco, di cui non conosciamo (al momento) nulla nemmeno della sua probabile presenza in Risiera, ma sappiamo bene del suo transito in città verso una rigenerata vita e il significato di corresponsabilità, di prendere un via libera proprio da qui.
Non vorrei che chi legge pensasse a una forma fastidiosa di vittimismo ebraico, come così spesso ripetono i detrattori. Spesso il modello stereotipato nel definire lamentosi gli altri, può a qualcuno giustificare le proprie inconsapevolezze, il qualunquismo o peggio le proprie ombre familiari e/o ideali. Si pone così un preoccupante e malcelato distinguo delle diversità e alimenta negatività sociale.
Noi ebrei siamo certo stati vittime, paradigma assoluto d’innocenza. La storia del popolo ebraico ci permette oggi, e specialmente come risultato di quei tragici avvenimenti, di ritrovarci tra l’amaro, sperimentato Giobbe biblico e figure come Shimon Wiesenthal, Marek Edelman. Dalla profonda e forte etica umana dei difensori del ghetto di Varsavia, alla giustizia senza vendetta ma anche senza un perdono, che noi stessi originali epigoni non potremo mai avere il diritto di dare. Continuando altresì come Giobbe, accettando e ponendoci domande per capire le verità; ebraicamente e fedelmente incrollabili all’idea di Giustizia.
In ogni caso non si possono fare categorie in materia di sofferenza. Tutti i luoghi delle carneficine di questo territorio esigono il convinto rispetto civile di ognuno. Tutte queste memorie, saggezze ineguagliabili proprio perché diverse, dovrebbero essere ascoltate veramente. Senza il presupposto della ragione a tutti senza mai ascoltare nessuno, pensando che di giusto sia sempre quello che si fa per se stessi, assecondando la moda politica del momento. La neutralità indifferente pone un limite alla possibilità di esprimere l’universalità delle esperienze plurime di questa città e non ha la capacità d’interpretare l’opportunità nel contenuto delle diverse sensibilità. La maturità storica deve essere un nuovo valore aperto alla consapevolezza, un’opportunità di progresso nella continuità delle molteplici tradizioni della grande Trieste italiana e cosmopolita.
Scriveva Primo Levi, nei «I sommersi e i salvati»: «Quasi tutti i reduci, a voce o nelle loro memorie scritte, ricordano un sogno che ricorreva spesso nelle notti di prigionia, vario nei particolari, ma unico nella sostanza: di essere tornati a casa, di raccontare con passione e sollievo le loro sofferenze passate, rivolgendosi a una persona cara, e di non essere creduti, anzi, neppure ascoltati. Nella forma più tipica (e più crudele), l’interlocutore si voltava e se ne andava in silenzio».
Milleduecento i triestini di religione ebraica, mai più ritornati dall’abisso. La Comunità ebraica è a loro che dedica ogni giorno il proprio impegno, guardando con speranza a un domani costruito da uomini giusti.
Andrea Mariani
presidente della Comunità
ebraica di Trieste